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CAPITOLO X

“Q!” esclamò Picard, profondamente turbato dalla presenza dell’entità dinnanzi ai suoi occhi. “Cosa ci fai qua?” aggiunse subito dopo.
“Sono venuto a farti una visitina, mon capitain!” rispose Q con un sorriso di soddisfazione sulle labbra. Si era chiesto, in quei quattro anni, come avrebbe reagito, e che faccia avrebbe fatto, Picard non appena gli fosse comparso davanti.
“Una visitina?” chiese Picard inarcando un sopracciglio.
“Esatto!” esclamò Q. “Non posso passare da queste parti per salutare un amico?”
“Noi non siamo amici Q!” replicò tosto il capitano dell’Enterprise visibilmente irritato.
“Oh!”esclamò Q. “Sempre i soliti discorsi!”
Picard non replicò. Incrociò le braccia sul petto e osservò con sguardo duro l’entità.
“Ok!” alla fine sbottò Q. “Sono anni che sono qui all’accademia, se vuoi saperlo!”
“Anni?” fece Picard abbassando le braccia penzoloni lungo i fianchi. “Cosa vuoi dire? Che cosa ti ha attirato qui all’Accademia?”
Quindi Q, allargando il suo sorriso, indicò con il palmo della mano aperta i membri della Squadra 28.
“Loro?” fece Picard voltandosi a guardare Crush, Jones, Curzondax, Thompson e Nog. “Per quale motivo sei interessato a loro?”
“Oh! Andiamo Picard!” esclamò Q. “Tanto per cominciare non hanno solo la mia attenzione, ma l’intera attenzione del Continuum. Poi non ti arriva in quel tuo cervello da primate il motivo del nostro interesse?”
Picard dardeggiò lo sguardo da Q alla Squadra 28 e alla fine, scuotendo il capo fece spallucce. Quindi Q, facendo una smorfia di insofferenza, s’avvicinò al capitano dell’Enterprise e disse: “Rammenti l’ultima volta che ci siamo incontrati qui!” e non appena finì di parlare, ecco che intorno a Q e Picard scaturì un intenso lampo di luce che avvolse l’intero ambiente tutt’intorno a loro. Quando la luce scomparve, ecco che Picard e Q non erano più nel giardino dell’Accademia, bensì in un ambiente chiuso. Un tribunale post-terza guerra mondiale, dove molte persone di bassa statura, vestiti con pelli di animali, stavano incalzando verso Picard imprecando e insultandolo.
Picard s’era quasi dimenticato di quell’ambiente. Erano passati quasi dieci anni da l’ultima volta che Q lo aveva portato in quel posto.
“Intendi dire che stai mettendo di nuovo alla prova l’umanità?” chiese Picard con il cuore che gli batteva forte nel petto.
Q rimase in silenzio per alcuni secondi, quindi alzò gli occhi verso l’alto e disse: “Non esattamente!” volse le spalle a Picard e si diresse verso un trono, messo su una specie di gru che usciva da una porta oscura.
“Se l’Umanità fosse di nuovo sotto giudizio a quest’ora sarei seduto su questo trono!” esclamò Q accarezzando i due serafini che sorreggevano i braccioli della sedia. Si levarono allora nell’aria delle urla e delle imprecazioni dalla folla e Picard si voltò intorno a sé per vedere i volti di quegli uomini e quelle donne che stavano urlando.
In quel momento, però, Q schioccò le dita ed ecco che la folla scomparve. “Ah!” esclamò rilassando le spalle. “Non c’è niente di più fastidioso quando gridano quei sottospecie di goblin!” si voltò a guardare Picard e aggiunse: “Dunque, dicevamo? Ah! Sì! L’umanità non è alla prova. Noi Q siamo interessati a vedere quanto siete diventati consapevoli dei misteri del tempo e dello spazio.”
“E per questo hanno mandato te?” chiese incredulo Picard.
Q fece finta di reprimere una piccola risata. “Beh! A dire il vero mi sono proposto io per quest’incarico!” “Davvero?” chiese Picard aggrottando la fronte.
“Davvero!” rispose Q. “Come maggiore esperto dell’Umanità chi meglio di me era il candidato ideale per questo incarico.”
Picard cominciava già a spazientirsi. Alla fine Q schioccò le dita ed ecco che il tribunale scomparve; lui e il capitano erano di nuovo nel giardino dell’Accademia, ma ancora ogni cosa sembrava congelata nel tempo. “Comunque, mon amie, ti devo comunicare di un piccolo problema per te e la tua Federazione!” disse Q facendo scomparire il suo sorriso sulle labbra.
“Che vuoi dire?” chiese Picard fissandolo negli occhi. “Cosa hai fatto Q?”
Q, sentendosi offeso, si portò una mano sul petto e disse: “Moi? Pensi sempre che sia invischiato in qualche cosa?”
“Sei tu quello che porta guai!” replicò Picard. “O li crei direttamente!”
“Mi offendi, mon capitaine!” disse Q. Quindi gonfiando il petto e stando dritto con le spalle, aggiunse: “Comunque stavolta non centro niente io. Direi, invece, che centrate voi e il Dominio! È tutta colpa vostra se la vostra Federazione deve affrontare un nemico che è più temibile del Dominio stesso.”
“Cosa vuoi dire?”
Q aprì la bocca, come per parlare, poi la richiuse e prese a sorridere, fece un occhilino e disse: “Lo scoprirai tra breve. Comunque, se fossi in te, prenderei a bordo dell’Ammiraglia della Flotta Stellare quella squadra. Credo che ti torneranno utili.” < br> Quindi Q schioccò di nuovo le dita e il tempo riprese a scorrere normalmente. Solo che improvvisamente Picard si sentì spaesato. Non ricordava niente di come fosse arrivato dal palco delle autorità nel bel mezzo del giardino tra i cadetti che già avevano rotto le file e stavano parlando allegramente tra di loro. Nakamura, che stava accanto a Janeway, osservandolo dall’alto in basso, attirò la sua attenzione chiamandolo per nome e facendogli cenno di avanzare verso di lui.
Picard si fece strada verso il palco e una volta che salì su, Nakamura gli chiese: “Che fine aveva fatto?” Il capitano dell’Enterprise cercò di focalizzare i minuti che improvvisamente gli scivolarono via; fu tutto vano. Mentre Kirk e Sisko si stavano avvicinando all’ammiraglio, al capitano della Voyager e al capitano dell’Enterprise, ecco che un giovane tenente-comandante, con un DiPAD in mano, stava correndo verso il palco.
“Ammiraglio!” esclamò il giovane mentre tentava di riprendere fiato. “Abbiamo ricevuto poco fa una comunicazione da Deep Space Nine… Abbiamo un problema