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CAPITOLO XIV

Il capitano Sylvia Tomalova, comandante in capo della U.S.S. Saratoga NCC-74585, una donna proveniente dalle regioni orientali dell'Europa, con lunghi capelli biondi raccolti in una coda di cavallo, occhi azzurri come il cielo e la mascella squadrata, stava sorseggiando il suo caffè mentre rileggeva gli ordini ricevuti dal comando di Flotta e i rapporti riguardanti l'attacco dei Pak a DS9.
Lesse quelle informazioni tre volte da quando le aveva ricevute, chiedendosi se la Saratoga e le restanti navi nel settore sarebbero riuscite a contrastare le minacce dalla nave aliena.
Pose la tazza di caffè sulla scrivania e poi si massaggiò gli occhi stanchi con il pollice e l'indice. Si alzò in piedi e si accostò alla finestra; guardò fuori le stelle in curvatura e si chiese per quale motivo, nonostante vi fosse tutto quell'immenso spazio, alcune specie erano intenzionate a conquistare tutta la galassia e assoggettare altre razze. Quale scopo o istinto li spingeva tale azione?
Mentre pensava a tutte queste cose, il suo comunicatore si attivò e il primo ufficiale, John Tucker, un umano del Texas, comunicò: "Capitano, stiamo per arrivare alle coordinate stabilite dal comando della Fotta Stellare il roundevouz con le altre navi del settore. "
"Usciamo da curvatura!" replicò asciutta Tomalova, volgendo le spalle alla finestra e dirigendosi verso la porta della sala tattica.
Una volta entrata in plancia, il suo primo ufficiale si alzò della poltrona di comando e gli cedette il posto. Lei si accomodò sulla poltrona ed osservò il grande schermo. Guardò le stelle, che sfrecciavano veloci in un turbinio di mille colori, divenire solo dei puntini bianchi. Quindi ecco che sullo schermo apparvero oltre quattrocento astronavi della federazione.
Era dai tempi della guerra del Dominio che Tomalova non vedeva una flotta così imponente. Si alzò in piedi e si avvicinò alla postazione del timoniere, attivò un canale di comunicare con il resto della flotta e disse: "Qui parla il capitano Silvia Tomalova della U. S.S. Saratoga, per ordine del comando della Flotta Stellare assumo il comando della flotta. Restate in attesa di ricevere ordini. Alzare gli scudi e caricare i phaser. scandagliare l'area per ogni eventuale anomalia gravitazionale."
Così, una volta ottenuta la risposta dal resto della flotta, Tomalova tornò a sedersi alla sua poltrona di comando. Dardeggiò lo guardo da una postazione all'altra della plancia e rimase in attesa. Il cuore le palpitava forte nel petto e un nodo alla gola gli impediva di ingoiare la saliva.

Improvvisamente, quando la tensione in plancia si poteva tagliare con un coltello, ecco che dalla postazione scientifica si udì un trillo: un allarme di rivelazione. L'addetto alla postazione digitò alcuni comandi e alla fine, voltandosi verso Tomalova, disse: "I sensori rivelano una fenditura sub spaziale. una forte fonte di gravitoni dinanzi a noi. Le particelle di gravitoni si stanno addensando in un punto infinitesimale dello spazio; la loro densità sta crescendo esponenzialmente."
"Ci siamo!" sussurrò tra sé e sé Tomalova.

Dopo qualche secondo, ecco che sullo schermo principale apparve un bagliore, quindi si creò una fessura nello spazio.
Tomalova si alzò lentamente dalla poltrona, si avvicinò allo schermo e rimase a bocca aperta. In quel momento cominciò a pregare affinché gli alieni avessero la peggio contro la flotta della Federazione.
"Capitano," esclamò all'improvviso l'ufficiale tattico, " i sensori a corto raggio rivelano una nave che sta uscendo dalla fenditura."
"E’ identificata?" chiese il capitano senza distaccare lo sguardo dallo schermo principale.
"Dalla configurazione," disse l'ufficiale tattico, "sembra essere la nave aliena che ha attaccato la base stellare Deep Space Nine."
in quel momento sullo schermo apparve la gigantesca nave dei Pak, che lentamente emerse dalla fenditura e si avvicinò alla flotta.
Nonostante non fosse una Betazoide, Tomalova giurò di poter sentire una certa ostentazione di superiorità. Spostandosi verso la postazione del timoniere, il capitano ordinò che venisse aperto un canale con la nave aliena.
"Canale aperto!" Confermò il timoniere.
"Qui il capitano Silvia Tomalova della U.S.S. Saratoga, rappresentante della Federazione Unita di Pianeti. Vi intimiamo immediatamente di tornare nel vostro spazio e di abbandonare il territorio della Federazione. Al primo segno di ostilità vi avviso che risponderemo con la forza."
Così, Tomalova dette l'ultimatum alla nave Pak. Volse lo sguardo al timoniere e con gli occhi chiese se c'era una risposta alle sue parole; il timoniere scosse la testa.
Improvvisamente dalla postazione tattica e udirono degli allarmi.
"Capitano," urlò l'ufficiale tattico, "la aliena sta attivando le sue armi!"
"A tutta la flotta, pronti ad ingaggiare il combattimento!” esclamò agitata Tomalova, tornò a sedere sulla sua poltrona e aggiunse: "Concentrate tutte le armi su una singola regione degli scudi alieni!"
Ebbe così inizio la battaglia.

Le navi della Federazione fecero fuoco contro la nave aliena. Per circa due minuti, la flotta bombardò gli scudi nemici con raffiche di siluri fotonici e quantici: tuttavia secondo i sensori, di scudi alieni non venivano danneggiati.
Alla fine, come un rinoceronte destato dalle punture di un fastidioso sciame di insetti, la nave Pak si mosse e fece fuoco con le sue armi.
Molte furono le navi danneggiate nel primo attacco.
Le vittime erano ingenti, i danni erano molto gravi. In meno di cinque minuti un quarto della flotta della Federazione fu resa inoffensiva.
"Abbiamo perso l'energia principale!" esclamò Tucker che sostituì l'ufficiale tattico che giaceva morto atterra.
"Tutta l'energia ausiliaria gli scudi." urlò Tomalova mentre molti condotti esplodevano tutt'intorno a lei.
Tucker fece come Tomalova gli aveva ordinato, gli scudi della Saratoga tornarono efficienti solo al cinquant’otto per cento.
Improvvisamente, il primo ufficiale cominciò a tremare come una foglia. I sensori gli mostravano che su quello che appariva come il disco deflettore della nave aliena, si stava accumulando una carica di radiazioni tetrioniche.
Subito comunicò l'allarmante notizia al capitano la quale spalancò gli occhi colmi di terrore, indugiando un attimo con lo sguardo perso sullo schermo principale.
Poco dopo, ecco che un fascio tetrionico venne sparato dal disco deflettore; esso solcò lo spazio e colpì in pieno la U.S.S. T’Pau trapassandola da parte a parte, con un coltello caldo penetra nel burro.
Tomalova rimase terrorizzata da ciò che vide.
"Capitano!" esclamò Tucker. "Stanno caricando di nuovo la loro arma a tetrioni!"
A quelle parole, Tomalova si destò dal suo stato. Attivò personalmente il sistema di comunicazione e aprì un canale con il resto della flotta. Quindi, con voce rotta, urlò: "A tutta la flotta: usciamo dal settore! Convergere alle seguenti coordinate... tre quattro cinque punto zero sei tre."
La Saratoga si mosse a tutta potenza l'impulso è sorvolò la nave aliena.
Fu però in quel momento, che i sistemi di disgregazione dei Pak colpirono in pieno lo scafo ventrale della nave.
Vi fu un’enorme esplosione in plancia; molti dei sistemi principali vennero distrutti, l'energia per il supporto vitale era andata. La nave cominciò a perdere velocità è improvvisamente si arrestò nello spazio a poche migliaia di metri dalla nave nemica.
Scaraventata a terra dalle molte esplosioni, Tomalova cercò di mettersi in piedi. Si portò la mano alla fronte e si accorse che stava sanguinando. Quindi, ansimante, chiese: "Rapporto!"
Nessuno rispose. Quindi chiese per la seconda volta il che gli venisse fatto rapporto sui danni che la nave aveva subito. Ma ancora una volta nessuno rispose.
Una volta rimessasi in piedi girò su se stessa e si accorse solo allora che lei era l'unica persona ancora rimasta viva in plancia. Un condotto esplose vicino alla postazione tattica e si generò un piccolo incendio e le fiamme cominciarono a consumare velocemente il poco ossigeno ancora rimasto.
Tossendo, e sentendosi la testa girare, Tomalova si diresse verso il turbascensore. Ma quando fu a portata dei sensori della porta, si accorse con terrore che i battenti non si aprivano. Quindi tentò di forzarli e dopo un po' di tempo ci riuscì.
Non appena fu dentro la cabina, attivò il suo comunicatore e ordinò l’evacuazione totale della nave.
Quindi attivò il pannello di controllo del turbascensore e ringraziò Dio che almeno c'era quel poco di energia per poter portare la cabina fino al ponte due, ivi ove erano le capsule di salvataggio più vicine.

Non appena le porte del turbascensore si aprirono, il capitano corse veloce verso la più vicina capsula. Già dentro c'erano altri tre ufficiali: un guardiamarina e due tenenti gravemente feriti e con ustioni da plasma su gran parte del corpo.
"Capitano!" esclamarono all’unisono i tre ufficiali assai sollevati del fatto che Tomalova era ancora in vita. "Lanciamo la capsula!" ordinò tosto lei.
Quindi il guardiamarina, che era più vicino ai comandi, premette forte sul pannello. L'ambiente intorno a loro prese a vibrare e subito dopo, dagli oblò, si poterono vedere le stelle e la Saratoga che diveniva pain piano sempre più piccola.
Con il cuore pieno di paura, angoscia e disperazione, Silvia Tomalova osservava la sua nave che esplodeva nello spazio; gli dispiacque molto dover abbandonare la sua nave; l'unica consolazione che l’infondere un po' di coraggio erano le centinaia di capsule di salvataggio che si staccarono dalla Saratoga prima dell'esplosione.
Aveva perso la sua nave, il suo primo comando, ma almeno gran parte del suo equipaggio era riuscito a salvarsi.
Ma, tale stato d'animo, durò solo pochi attimi, poiché una raffica di disgregatori colpì in pieno le capsule di salvataggio distruggendole.
Non ebbe il tempo nemmeno di versare una calda lacrima per la sorte toccata ai suoi sottoposti, non ebbe il tempo di raccomandare nemmeno l'anima a Dio; sentì un forte scossone e vide tutto intorno a sé ardere come un inferno.

Delle oltre quattrocento astronavi, che la Flotta Stellare aveva mandato per fermare la nave Pak, ne sopravvissero soltanto tre. Le altre adesso non erano altro che detriti che fluttuavano dello spazio siderale.