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CAPITOLO XIX

Annika Hansen stava lavorando ininterrottamente da quasi due quattro ore alla sua consolle senza prendersi un attimo di pausa. Era molto stanca e da quando molti dei suoi impianti Borg furono estratti dal suo corpo dopo che l'equipaggio della Voyager era tornato nel quadrante Alpha non era abituata a lavorare a quel ritmo serrato. Prima le risultava più facile; poteva lavorare dodici ore consecutivamente senza dover rigenerarsi, ma ora le cose erano cambiate. Quello stato la frustrava parecchio e la rendeva, come diceva lei stessa, inefficiente.
Si massaggiò stancamente gli occhi, sospirando pesantemente, poi ritornò ad osservare il grande schermo della cartografia stellare. Richiamò un modello virtuale della nave Pak con tutti i dati che DS9 aveva potuto fornire alla Flotta Stellare e stava per simulare il lancio di una testata al tricobalto potenziata da una carica esplosiva al trilitio.
Ogni simulazione falliva sempre.
Nel peggiore dei casi, addirittura, l'onda d'urto generata dalla deflagrazione delle testate investiva le navi riducendo di gran lunga la resistenza degli scudi amici e facendo scendere quelli nemici del solo il cinque percento.
Stanca, e frustrata, si lasciò cadere sulla piccola poltroncina dietro la consolle e, chiude gli occhi per farli riposare un po'.
In quel mentre, però ecco che Chakotay, Janeway e Tuvok entrarono in cartografia e il capitano esclamò: “Spero che abbia trovato qualcosa di valido per poter contrastare i Pak, Sette!”
Hansen si alzò in piedi e sentendosi chiamare con la sua vecchia designazione Borg rimpianse grandemente di non avere qualche circuito in più nel corpo; pensava infatti che il lavoro sarebbe stato molto più facile. Mettendo le mani dietro la schiena ed osservando Janeway, scosse la testa e rispose: “Tutte le simulazioni da me effettuate hanno provocato solo la distruzione della nostra piccola flotta o la caduta di resistenza dei nostri scudi deflettori.”
“Non proprio incoraggiante!” esclamò Chakotay osservando i modellini in tre dimensioni della Voyager, della Roma, dell'Enterprise e della Defiant immobili di fronte alla gigantesca ricostruzione della nave Pak.
“Ci serve un modo per penetrare quegli scudi senza provocare danni alla nostra nave!” fece Janeway corrucciando l'espressione del viso e mordendosi le labbra. Poi, voltandosi a guardare Tuvok, disse: “Dia una mano ad Hansen comandante.”
Il Vulcaniano annuì con la testa. Quindi Chakotay e Janeway abbandonarono la cartografia stellare e si avviarono lungo il corridoio, diretti verso il più vicino turbascensore.
“Temo che stavolta non ce la caveremo!” esclamò sommessamente Chakotay.
“Non fare il disfattista!” replicò Janeway mentre premeva il pulsante di richiamo della cabina.
“Non faccio il disfattista! Sono realista!” disse il comandante mettendo le mani sui fianchi. “Hai sentito anche tu cosa ha detto il capitano Tomalova? Un'intera flotta è stata distrutta da una singola nave.”
“E cosa pensi che dovremmo fare?” esclamò Janeway. “Fuggire a gambe levate a rintanarci in qualche nebulosa mentre gli alieni arrivano alla Terra?”
“No, certo che no!” fece Chakotay mentre le porte del turbascensore si aprirono e Janeway allungò una gamba per entrare dentro la cabina.
“Plancia!” ordinò il capitano.
Chakotay rimase muto per qualche secondo, mentre teneva gli occhi fissi contro il soffitto della cabina. Poi, parlando sommessamente, disse: “E se creiamo un sovraccarico nel nucleo di curvatura e impostiamo una rotta di collisione contro la nave Pak in modo da colpirla proprio mentre il nucleo esplode.”
“Condannare la nave?” esclamò Janeway niente affatto allettata da quella proposta del suo primo ufficiale.
“Un sovraccarico del nucleo potrebbe indebolire di molto i loro scudi.”
“Computer fermare turbascensore!” ordinò Janeway, poi volse gli occhi verso il suo primo ufficiale e aggiunse: “Vorrei avere un'alternativa.”
“Forse non esiste!”
Janeway rimase in silenzio per un attimo, passeggiando avanti e indietro nervosamente per tutta la lunghezza della cabina; non gli piaceva affatto l'idea di perdere di nuovo la sua nave, gli costò parecchio dover lasciare la Voyager NCC-74656 al suo destino nel quadrante Delta. Ma i suoi sentimenti personali non dovevano in nessun modo influenzare le decisioni che doveva prendere per il bene di tutto.
Così, con riluttanza e scollando le spalle, volgendo un fugace sguardo verso Chakotay, disse: “Dica a Torres di prepararsi per una simile eventualità!”
Chakotay annuì con la testa e reindirizzò manualmente il turbascensore verso il ponte nove.
Una volta raggiunto dal turbascensore, Chakotay con un balzò fu fuori dalla cabina e Janeway si trovò da sola. Era molto tesa e stanca e voleva andare a riposare un po'. Ma era un lusso che non poteva, né voleva concedersi in quella circostanza. Reindirizzò il turbascensore verso il ponte due per una brevissima pausa caffè.
Non appena le porte della cabina si aprirono, Janeway si avviò lungo il corridoio sino ad arrivare alla sala mensa.
Ivi, dietro il bancone, con la sua uniforme da ufficiale della sicurezza ben lustrata, era Neelix che, nonostante il nuovo ruolo sulla nave, non volle privarsi del suo vecchio incarico di ufficiale addetto al morale. Infatti, quando non era in servizio (con immensa gioia di tutti), lo si poteva vedere in sala mensa a dispensare consigli e ad ascoltare i problemi delle persone.
In quel momento era intento a preparare un piatto succulento che chiamato Hijortul, tipico della cultura di Cromelian III.
Quando volse lo sguardo alla porta principale della sala, e si accorse della presenza del capitano, lasciò il suo lavoro e andò verso di lei. “Capitano!” salutò il Talaxiano. “Neelix!” replicò semplicemente Janeway mentre attendeva che la sua tazza di caffè nero venisse completamente replicata.
Non appena il ciclo di replicazione fu completato, Janeway prese la tazza e se la portò alle labbra, ispirò per un attimo il fragrante aroma del caffè e poi ne bevve un sorso.
In quel momento la tensione, per un attimo, abbandonò il suo corso e si sentì rilassata. Forse, pensò, era divenuta troppo dipendente dalla caffeina.
Si andò ad accomodare ad un tavolo, con Neelix che gli veniva dietro.
“Capitano!” fece di nuovo l'ufficiale addetto al morale. “La debbo informare che il morale dell'equipaggio è a terra e molti si domandano se torneranno vivi da questa missione.”
Janeway osservò Neelix negli occhi, poi si volse ad osservare i molti ufficiali che erano in sala mensa e che la stavano osservando di sottecchi.
Accarezzò la sua tazza di caffè e poi, osservando il liquido nero contenuto in essa, disse sommessamente: “Se qualcuno ti chiede come vanno le cose, tu digli che abbiamo trovato un modo per sconfiggere i Pak.”
Neelix annuì con la testa. Poi, riducendo sporgendosi in avanti e parlando sommessamente anche lui, chiese: “Ma non è la verità?” Janeway scosse la testa. “E' molto probabile che sacrificheremo le nostre vite in una battaglia senza speranza. Ma almeno l'equipaggio darà il meglio di sé se crede che un po' di speranza di via!” “Capisco!” esclamò il Talaxiano con il cuore che gli tamburellava nel petto. Improvvisamente, quando tra i due calò un profondo e imbarazzante silenzio, la voce del guardiamarina Kim echeggiò dai sistemi di interfono.
“Plancia a capitano Janeway!” “Qui Janeway!” rispose l'ufficiale sfiorando il suo comunicatore. “Ci stiamo avvicinando al punto di incontro con la Flotta!” Janeway lanciò uno sguardo a Neelix, poi si alzò in piedi e aggiunse: “Arrivo! Dia l'allarme giallo guardiamarina!” “Si, capitano!” Poco dopo, ecco che il sordo suono dell'allarme giallo echeggiò per tutti i corridoi della nave.
Gli ufficiali che erano in sala mensa la abbandonarono e si recarono ai loro posti, con un grande peso nello stomaco e sperando di poter uscire sani e salvi da quella situazione.