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CAPITOLO XX

Kirk usci di corsa dalla cabina del turbo ascensore, seguito da ruota da McCoy che prese a fissare lo schermo visore.
“Ci stiamo avvicinando alle coordinate!” esclamò Sulu non appena il capitano si accomodò sulla sua poltrona.
“Usciamo dalla curvatura, passare a potenza d’impulso!”ordinò Kirk senza distogliere lo sguardo dallo schermo.
Sulu digitò alcuni comando ed ecco che la Roma uscì dalla curvatura, seguita a ruota nell’ordine dalla Defiant, dalla Voyager e dall’Enterprise.
Non appena la piccola flotta si mosse a potenza di impulso, Kirk ebbe un sussulto al cuore non appena vide sullo schermò principale miglia, se no milioni, di detriti che fluttuavano nello spazio. Riconobbe lo scafo squarciato della Bozemann e in quel momento si chiese se il capitano Bateson era riuscito a salvare il suo equipaggio e sé stesso dalla stessa sorte toccata alla sua nave. Con voce tremante, si volse verso Uhura, che, con gli occhi strabuzzati dal terrore, non sentì il suo superiore che la chiamava per nome.
“Uhura!” esclamò una seconda volta Kirk.
Il comandante, scuotendosi dal suo stato d’animo, prese a battere le palpebre e, volgendo gli occhi sul capitano, restò in attesa di nuovi ordini.
“Veda se riceve qualche segnale di soccorso da qualche capsula di salvataggio!”
“Si!” replicò Uhura. “Sissignore!”
“Spock!” fece Kirk alzandosi dalla sua poltrona e avvicinandosi alla postazione scientifica dove il Vulcaniano stava già facendo una rilevazione approfondita del campo di detriti.
“Nessuna traccia di energia dai relitti delle navi. Nessun segno di vita nel campo di detriti.”
Kirk tornò a guardare lo schermo visore.
“Mio Dio!” esclamò McCoy. “Un’intera flotta spazzata via da una sola nave!”
“Signore!” esclamò Uhura. “Rilevo sette S.O.S. da parte di capsule di salvataggio della Federazione!”
Kirk si voltò ad osservare Spock che, inarcando un sopracciglio, cominciò a richiamare il sistema di diagnostica dei sensori. “I sensori a corto raggio funzionano perfettamente!”
“Allora come è possibile che non abbiano individuato le forme di vita nelle capsule di salvataggio?” chiese McCoy.
“E’ possibile che le intense radiazioni tetrioniche abbiano oscurato i nostri sensori!” intervenne Chekov nel discorso. “Infatti non riesco ad avere un aggancio completo per il teletrasporto. Non possiamo teletrasportare quelle persone a bordo!”
Kirk, si portò con passo svelto dietro Sulu ed ordinò: “Si avvicini alle capsule di salvataggio. Le prenderemo a bordo con il raggio traente!”
“Sissignore!” replicò il navigatore.
“Io scendo in infermeria per preparami a soccorrere i feriti!” fece McCoy dirigendosi verso il turbascensore.

Nel frattempo la Voyager, che aveva individuato una capsula di salvataggio della U.S.S. McKay, si stava portando entro il raggio d’azione del raggio traente.
“Attivo raggio traente!” esclamò Kim.
Il fascio di gravitoni bluastro scaturì dal ventre della Voyager e andò a colpire la capsula di salvataggio. Il suo occupante, una giovane civile, ebbe un sussulto non appena sentì la capsula vibrare. Subito si portò all’oblò, ma non vide altro che il campo di detriti e le stelle che risplendevano fulgide nello spazio silenzioso (la Voyager ella alle sue spalle). In quel momento si chiese se erano arrivati i soccorsi, o se gli alieni avevano rintracciato la sua capsula ed adesso la stavano trasportando dentro... o, peggio ancora, se fosse stata catturata dal campo gravitazionale di una stella o un corpo privo di atmosfera.
Portandosi al pannello di controllo, cercò di attivare i sensori esterni, ma niente. Troppe interferenze. Tornò ad osservare l’oblò e si rincuorò grandemente quando vide le porte dell’hangar navette di una nave della Flotta Stellare che si stavano restringendo davanti a sé.
Uno scossone la fece cadere a terra, facendogli capire nel contempo che la capsula aveva toccato il suolo dell’hangar.
Portandosi al portello stagno lo aprì e ringraziò il cielo che, dinnanzi ai suoi occhi erano due ufficiali medici con una barella pronta all’uso.
Quest’ultimi, con un balzo, si portarono accanto all’ufficiale e, delicatamente la adagiarono sulla barella. Poi, la giovane infermiere bionda, attivò il suo comunicatore e disse: “Kes a sala teletrasporto!”
“Qui sala teletrasporto!”
“Energia!”
Subito dinnanzi agli occhi del giovane ufficiale donna apparvero migliaia di luci azzurre e cominciarono ad occupare il suo campo visivo; da che si trovava nell’hangar navette a che eccola materializzare in infermeria. Si meravigliò grandemente quando osservò l’ufficiale medico: era del tutto simile come aspetto ai primi modelli di M.O.E.
In quel frangete si chiese se fosse vero o fosse solo un ologramma e, in quest’ultimo caso, com’era possibile che vi fosse ancora una nave della Flotta in servizio con un programma così obsoleto.
“Venga!” disse il dottore, prendendola delicatamente per un fianco e accompagnandola al lettino diagnostico posto all’altro capo dell’infermeria.
Non appena Zimmerman fece accomodare la sua paziente sul lettino, rivolgendo gli occhi su Kes, disse: “Prepara un ipospray di velitonina!”
“Si, dottore!” rispose l’Ocampa e, portandosi vicino all’armadietto delle medicine, cominciò a preparare l’iniezione.

“La Roma si sta occupando delle rimanenti capsule di salvataggio!” esclamò Kim dalla sua postazione.
“Molto bene!” replicò Janeway. “Io scendo in infermeria per parlare con l’occupante della capsula che abbiamo recuperato! Comandante ha lei il comando!”
Il capitano si portò a passo svelto verso il turbascensore e, non appena fu dentro, ordinò che la cabina si muovesse verso il ponte cinque.
Arrivata a destinazione, uscì di corsa dalla cabina ancor prima che le porte si aprissero completamente e, con passo svelto, si diresse verso l’infermeria.
Ivi entrò dentro ed osservò il dottore intento a rimarginare le ferite superficiali della donna con un rigeneratore dermico.
Accorgendosi dell’ufficiale comandante della Voyager, la giovane civile fece per mettersi sull’attenti, ma Zimmerman, realizzando ciò che stava per fare, la costrinse delicatamente e rimanere distesa sul letto. “Sono Kathryn Janeway, capitano di questa nave!”
Con voce flebile e strozzata, la giovane donna si presentò: “ Jessica Wilson, della stazione di comunicazioni Beta 33.”
“Beta 33?” esclamò Zimmerman. “E’ un po’ lontana da questo sistema!”
“Siamo stati attaccati da una nave sconosciuta!” spiegò Wilson. “Io è altri tre miei colleghi siamo riusciti a scappare a bordo di una navetta mentre la base stava per esplodere. Ci siamo salvati per un pelò. Sapevamo che una flotta della Federazione si sarebbe radunata in questo sistema e abbiamo tracciato una rotta verso qua. Arrivati, siamo stati presi a bordo della McKay; avevamo appena attraccato la nostra navetta nel loro hangar, quando siamo stati attaccati. Non so come si sono svolti di preciso i fatti, ma in poco tempo la nave è rimasta priva di energie. Il portello dell’hangar navette non poteva essere aperto e non avevamo energia sufficiente sulle navette per aprire il fuoco con i phaser. Corremmo verso le capsule di salvataggio più vicine, poiché il capitano LaRoche, aveva ordinato l’evacuazione di emergenza. Durante il tragitto, i miei colleghi e un giovane ufficiale della Flotta, furono investiti da un condotto di plasma che esplose sotto i loro piedi. Io caddi a terra, sbattendo violentemente la testa. Cercando di impormi di non cedere al dolore e alla sensazione di sonno che cominciava a pervadermi la mente, mi avvicinai alla capsula di salvataggio. Entrai dentro e la lanciai. Dall’oblò vidi la McKay investita da un raggio di particelle dorato: fu trapassata da parte a parte, poi esplose.”
“Non mi può fornire nessun dettaglio circa gli aggressori?” chiese il capitano con guardo corrucciato.
Wilson, con le lacrime agli occhi per via del pensiero delle migliaia di vite andate perdute durante l’attacco della nave aliena, sospiro e scosse la testa. “Mi dispiace capitano.”
Janeway, scrollando le spalle, fece un sorriso forzato e tentò di infondere un po’ di coraggio alla giovane civile.
“Il dottor Zimmerman si prenderà cura di lei.” Non riuscì a trovare parole adatte, eccetto quelle. Lanciando uno sguardo preoccupato a Zimmerman e a Kes, Janeway volse la terga a Wilson e uscì dall’infermeria. Il dottore e la giovane Ocampa si guardarono per un attimo negli occhi chiedendosi se stavano andando incontro ad una battaglia senza speranza.