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CAPITOLO XXII

Nog stava procedendo verso l’armeria con passo spedito; il suo cuore stava battendo all’impazzata per la paura. Aveva veduto la flotta della Federazione fatta a pezzi dagli oblò dei suoi alloggi e si chiese quante persone avessero perso la vita in quel conflitto. Quanta altra gente sarebbe morta per contrastare quell’astronave? Ma soprattutto, il timore che più attanagliava il suo cuore era: la piccola flotta avrebbe potuto contrastare quell’immensa nave aliena? Cosa avrebbero potuto fare quattro astronavi contro una nave che aveva spazzato flotte di centinaia, se no di migliaia, di astronavi? Quei pensieri lo stavano tormentando per tutto il tragitto ed era così assorto nei suoi pensieri che non si accorse di T’Ler che gli si stava avvicinando alle spalle; e dire che con quelle orecchie ferengi non avrebbe potuto non accorgersene.
“Nog!” esclamò la Vulcaniana.
Il giovane guardiamarina trasalì e in quell’attimo si sentì il cuore in gola. Si girò di scatto, mettendosi una mano sul petto e disse con la sua voce stridula: “Mi hai fatto spaventare! Non devi arrivarmi alle spalle in questo modo!”
La Vulcaniana, accigliandosi, mise le mani dietro la schiena e replicò: “Ti ho forse spaventato?”
“Sì!”
“Non era nelle mie intenzioni! E dire che i miei passi superavano di gran lunga la soglia uditiva di un Cardassiano! Com’è possibile che non sei riuscito a udire i miei passi? Forse hai qualche problema al condotto uditivo!”
“Non c’è niente che non vada nelle miei orecchie!” replicò Nog. “Ero solo soprapensiero!”
“Soprapensiero? Intendi forse che sei in apprensione per come potrebbe finire questa missione?”
Nog, chiaramente seccato, replicò: “Non mi venire a dire che non hai paura!”
“La paura è un’emozione!” disse la Vulcaniana con la stessa calma della voce del computer di bordo.
“Vorrei avere la capacità di controllare le emozioni come fate voi Vulcaniani!”
“Se vuoi te lo posso insegnare un giorno!”
“Se ne avremo l’opportunità!” rimarcò Nog.
Mentre stavano fermi nel bel mezzo del corridoio, ecco che il comunicatore di T’Ler si attivò e da esso uscì la voce del guardiamarina Crush. “Crush a T’Ler!”
La Vulcaniana, con un leggero tocco della mano destra, attivò il canale di comunicazione e rispose: “Qui T’Ler!”
“Dove sei?” chiese Crush.
“Sono con il guardiamarina Nog! Ci stiamo recando in armeria!”
“Noi siamo già qua a lavoro! Cercate di raggiungerci il più presto possibile! Crush chiude!”
Così, non appena il canale venne chiuso, con passo spedito, Nog e T’Ler si diressero verso l’armeria.

Nel frattempo, in sala macchine della Defiant, O’Brien stava cercando di riconfigurare i sistemi di distribuzione dell’energia attraverso la griglia degli scudi per aumentarne la resa e attivare gli studi metafasici.
Molti del suo team stavano controllando gli schermi di monitoraggio dei sistemi e il campo di isolamento del nucleo di curvatura.
Fino ad allora il sistema di trasferimento dell’energia ad una tensione superiore dieci volte quella normale stava procedendo bene. Era molto soddisfatto del suo lavoro e stava per attivare il suo comunicatore e avvisare il capitano Sisko dei suoi progressi, quando questi, insieme ad Odo, entrò in sala macchine e si avvicinò al suo capo ingegnere.
“Rapporto!” chiese il capitano.
“Signore!” esclamò O’Brien. “Stavo per chiamarla.” Quindi mollò il suo lavoro ed osservò in viso il suo ufficiale comandante. “Tutti i sistemi operano al limite, la rete di distribuzione energetica regge alle nuove specifiche forniteci dal capitano Scott!”
“Pericolo di un sovraccarico della rete?” chiese Odo.
“Il pericolo c’è!” rispose schietto O’Brien. “Soprattutto l’energia emessa dal raggio tetrionico della nave Pak è un’incognita! Ma sto procedendo alla creazione di un sistema, diciamo, di salva-rete!”
“Si spieghi!” disse Sisko mettendo le mani dietro la schiena, inarcando un sopracciglio e con fare molto incuriosito.
“L’energia sprigionata da quel raggio tetrionico, secondo le registrazioni pervenuteci da Deep Space Nine,” cominciò a spiegare O’Brien, “è enorme e temo che la nostra griglia degli scudi non possa supportare una tale scarica.”
“Gli scudi non riusciranno ad assorbire tanta energia?” chiese Odo.
“Non esattamente!” replicò O’Brien. “Gli scudi funzionano secondo un principio ben determinato. Dato che si tratta di un campo elettromagnetico, talmente compatto da impedire il passaggio di qualsiasi oggetto o particella, qualora l’energia cinetica delle particelle è elevata, la griglia tende a fornire energia supplementare per contrastare la minaccia. Un po’ come il terzo principio di Newton! L’unica pecca è che c’è un limite alla reazione della griglia. Qualora l’energia è superiore al coefficiente di tensione della griglia, gli scudi collassano e il sistema va in cortocircuito e si brucia!”
“E noi saremo privi di difese!” fece notare Odo.
“Esatto!” esclamò O’Brien. Poi, avvicinandosi ad uno dei monitor a cui stava lavorando, digitò una serie di comandi ed ecco che apparve sul piccolo schermo lo schema tecnico della Defiant.
“Sto cercando di riconfigurare il sistema di distribuzione dell’energia in modo che si assorba energia dagli scudi e che scarichi quella in eccesso attraverso il deflettore di navigazione!”
Sisko si sporse in avanti ed osservò la simulazione in 2D di un raggio tetrionico che colpiva gli scudi e l’energia emessa dal deflettore di navigazione.
“E’ un’idea geniale!” esclamò il capitano sorridendo. “Trasmetta queste informazioni al resto della flotta!” quindi, insieme ad Odo, fece per uscire dalla sala macchine, quando O’Brien lo chiamò dicendo: “Signore, anche se questo ci potrebbe far guadagnare un po’ di tempo, alla fine la griglia di brucerà e gli scudi collasseranno!”
“Comprendo la situazione!” fece Sisko. “Speriamo che la cosa possa risolversi pacificamente. Tuttavia sono stato appena informato dal capitano Picard che gli ufficiali appena usciti dall’accademia e assegnati all’Enteprise sono al lavoro su un modo per penetrare gli scudi alieni!”
“Speriamo che ci riescano!” commentò O’Brien.

Janeway in quel mentre entrò in plancia e si avvicinò alla poltrona di comando, osservò i detriti sullo schermo e percepì sul suo ponte di comando una grande tensione. L’ultima volta che l’aveva avvertita è stata quando i Borg hanno tentato di assimilare la Voyager originale nel Quadrante Delta.
Accomodatasi sulla poltrona, appoggiò le braccia sul braccioli e accavallò le gambe. Volse gli occhi verso Chakotay e chiese: “Novità?”
“Ancora niente!” rispose il primo ufficiale. “Sembra che la nave aliena non sia nel sistema!”
“Signor Kim,” esclamò il capitano, “esegua una scansione con i sensori a lungo raggio del settore!”
“Si, capitano!” rispose il guardiamarina e subito si mise a lavoro sulla sua consolle. Mentre stava digitando i comandi per richiamare il sistema dei sensori a lungo raggio, ecco che il sistema di comunicazione si attivò. “Capitano!” esclamò il guardiamarina. “Ci chiamano dalla Defiant!”
“Sullo schermo!” ordinò Janeway.
L’immagine dei detriti sul visore principale venne sostituita da Sisko che occupava un riquadro sulla sinistra, dal volto di Kirk che occupava la parte centrale e il viso di Picard che occupava un riquadro sulla destra. Il capitano della Defiant, con un leggero sorriso forzato sulle labbra disse: “Capitano Picard, capitano Janeway, capitano Kirk, stiamo per trasferire nella vostra banca dati il file O’Brien uno quattro otto. Si tratta di un piano del signor O’Brien per aumentare la resa della griglia degli scudi e fornirci un po’ più di tempo in aggiunta al piano del capitano Scott!”
“Siamo in attesa del trasferimento!” disse Kirk.
“Grazie per l’aiuto, Sisko!” esclamò Picard.
“Trasmetterò immediatamente le informazioni alla divisione ingegneria!” replicò Janeway.
Non appena l’immagine dei tre capitani sullo schermo scomparve, ecco che un segnale di breve durata trillò dalla postazione di Kim.
“Il file è stato trasferito nella nostra banca dati!”
“Lo scarichi su un DiPAD e lo dia a Torres!” fece Chakotay.
“Janeway a ingegneria!”
“Qui Torres!”
“B’Elanna,” fece il capitano, “la Defiant ci ha fornito alcune specifiche per migliorare la resa della griglia degli scudi. Proceda con le modifiche al più presto!”
“Sì capitano!”
Mentre Kim stava trasferendo il file su un DiPAD ecco che dalla sua consolle cominciò a suonare un allarme di rilevamento. Subito il guardiamarina lasciò il piccolo palmare sul bordo della sua postazione e cominciò a richiamare i comandi del menù dei sensori. Richiamò i sistemi a lungo raggio ed osservò sullo schermo un punto bianco che lampeggiava. Fece una scansione sotto gli occhi incuriositi degli ufficiali di plancia.
Poco dopo, ecco che vicino al puntino lampeggiante apparvero i dati del rilevamento.
Forma discoidale, diametro cinquemila metri.
“Capitano,” esclamò Kim, “li ho trovati!”
“Dove si trovano Harry?” chiese Janeway alzandosi dalla poltrona e avvicinandosi al parapetto del cerchio di comando.
“Vettore due otto nove punto uno cinque otto. Distanza sette anni luce!”
Paris, non appena udì l’amico specificare le coordinate, sulla sua consolle cominciò a digitarle e a calcolare il tempo necessario per raggiungere la nave nemica alla massima velocità di curvatura.
“Alla massima velocità di curvatura raggiungeremo gli alieni in circa otto ore!” disse il timoniere.
Janeway, volgendo gli occhi verso Kim, disse: “Trasmetta le coordinate al resto della flotta! Tom,” e nel pronunciare il nome di Paris si voltò verso di lui, “inserisca la rotta e l’attivi alla massima curvatura!”
Quindi, sedendosi sulla sua poltrona, Janeway esclamò: “Plancia a sala macchine!”
“Qui Torres!”
“B’Elanna, Harry sta per portarle un DiPAD con tutte le specifiche per i miglioramenti degli scudi. Ha solo otto ore per metterle in linea!”
“Cercherò di fare del mio meglio capitano!”
“Ne sono sicura!” disse il capitano con un leggero sorriso sulle labbra.
“La rotta è impostata capitano!” riferì Paris.
“Attivare!” ordinò Janeway.

La Voyager si mosse e dietro a lei vennero l’Enterprise, la Roma e la Defiant. Quattro lampi di curvatura brillarono tra le stelle... la piccola flotta stava per andare incontro al suo destino.