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CAPITOLO XXIII

Monica osservò le stelle che si allungavano mentre la nave procedeva a velocità di curvatura. Sin da quando i suoi genitori l’avevano portata verso Antares a bordo della Okinawa, quell’effetto della curvatura l’aveva affascinata. Ma adesso non era tempo per contemplare i colori dell’iride che formavano le strisce delle stelle.
Era tempo di concentrarsi sul proprio compito.
Otto ore separavano la flotta dalla nave Pak e il tempo non era molto!
Crush, che andava da una consolle all’altra con in mano un DiPAD e uno stabilizzatore di flusso assionico, stava confrontando i lavori dei suoi compagni. Ad un certo punto, avvicinandosi alle spalle di T’Ler e osservando i dati sul monitor, disse: “Cerchiamo di configurare il campo in modo che crei una distorsione cronotonica di zero punto zero zero cinque t’senel*”
La Vulcaniana, senza dire una parola, si mise subito al lavoro e simulò al computer il campo cronotonico. Una volta che quest’ultimo prese a circondare la simulazione di un siluro fotonico, ecco che T’Ler lanciò il programma.
Nog, Q, Jones e Cursondax si avvicinarono a Crush e Thompson ed osservarono ciò che stava per accadere sullo schermo.
Il siluro solcò lo spazio virtuale, dirigendosi verso una ricostruzione in tre dimensioni della nave Pak. Mancavano solo pochi secondi all’impatto con il perimetro degli scudi e tutti erano con il fiato sospeso.
Poi ecco... gli scudi vennero penetrati dal siluro, ma anche la nave Pak venne penetrata come se non esistesse.
Scrollando le spalle e massaggiandosi gli occhi, Crush sospirò e si mise a sedere accanto a T’Ler.
“Se non riusciamo a trovare la giusta densità di campo siamo finiti!” esclamò Nog con voce tremante.
“Non pendiamoci d’animo, amici!” fece Ezri. “Abbiamo ancora tempo per trovare la giusta densità di campo!”
“Speriamo che basti!” replicò Nog tornando alla sua postazione.
Crush, non disse una parola, ma, afferrando con forza il suo DiPAD, cominciò a ricontrollare i calcoli.
Era molto stanco e la concentrazione pian piano stava cominciando a scemare. Gli occhi gli bruciavano terribilmente e le lettere greche e le costanti sembravano d’improvviso aver perso ogni significato.
Sospirando, scattò in piedi, pose il DiPAD sulla consolle di T’Ler e si diresse verso il replicatore.
“Computer, caffè nero extrazucchero!” ordinò.
Non appena la tazza si materializzò sulla pedana, l’afferrò e cominciò a sorseggiare la sua bevanda. Poi osservò le stelle e osservò lontano. In quel frangente si chiese se lui, i suoi amici e gli equipaggi delle quattro navi sarebbero tornati vivi sulla Terra, se ogni cosa si fosse risolta nel migliore dei modi per la Federazione... o se, forse, quella sarebbe stata l’ultima sua missione.
Abbassò lo sguardo e poco dopo piegò il collo da un lato per sciogliersi i muscoli. Quindi recuperò il DiPAD e tornò a lavoro, imponendosi la massima concentrazione.

Nel frattempo, mentre Crush stava ricontrollando i suoi dati, nel settore zero uno due, l’immensa nave Pak si stava avvicinando ad un avamposto di ricerca della Flotta Stellare. Sullo schermo della sala comando la sagome discoidale della nave aliena stava occupando gran parte dello schermo. Un silenzio pesante cadde nella sala, interrotto solo quando il comandante Hunson, un uomo di cinquantadue anni, con gli occhi grigi e i capelli bianchi come la neve, ordinò: “Alzare gli scudi e caricare i phaser!”
Subito Bhokol, un Tellarite, l’ufficiale tattico, attivò gli scudi e caricò le batterie phaser.
“Signore!” esclamò il primo ufficiale Jannel, una Deltana. “Consiglio di ordinare al personale non essenziale di raggiungere al più presto le capsule di salvataggio e l’hangar navette!”
Hunson, con un amaro sorriso sulle labbra, replicò: “Pensa che non riusciremo a sopravvivere a questa battaglia!”
Jannel non rispose, mise le mani dietro la schiena e volse lo sguardo allo schermo visore. Avrebbe voluto essere certa che le cose si sarebbero svolte per il meglio; che la nave Pak non avrebbe attaccato l’avamposto di ricerca ma, nel suo cuore, sapeva che non c’erano possibilità di vittoria contro quella nave.
Hunson, sospirando, pensò le stesse cose del suo primo ufficiale, quindi rivolgendosi a Bhokol, ordinò: “Avverta tutto il personale non essenziale di raggiungere le capsule di salvataggio e l’hangar navette!”
“Sissignore!” rispose il Tellarite che subito digitò sulla sua consolle i comandi dell’interfono. Fece per parlare quando la stazione venne scossa violentemente.
Bhokol sbatté forte la testa sulla consolle; cadde a terra privo di sensi.
Esplosioni presero a scaturire da molti display e una perdita di plasma cominciò a fuoriuscire da uno dei condotti intossicando l’aria.
Jannel, si precipitò di corsa alla postazione tattica ed osservò lo status degli scudi.
“Capitano, gli scudi sono al tredici per cento!” urlò.
“Cosa?” esclamò sorpreso il capitano.
La base stellare tremò di nuovo e furono molti i condotti di energia che esplosero in sala comando.
Jannel, facendo forza sulle braccia per non essere scaraventata verso la consolle, urlò con maggior forza di prima: “Gli scudi sono andati!”
Senza perdere altro tempo, Hunson attivò il suo comunicatore e annunciò: “A tutto l’equipaggio, abbandonare la stazione! Ripeto abbandonare la stazione!”
Poi, con uno scatto degno di un ventenne, si avvicinò alla postazione tattica e, insieme a Jannel, issò Bhokol da terra; quindi si volse verso agli altri ufficiali della sala comando e ordinò: “Presto, andate sulla pedana del teletrasporto!”
Così, insieme al suo primo ufficiale e al suo ufficiale tattico svenuto, si avvicinò alla pedana del teletrasporto e inserì manualmente le coordinate.
Gli ufficiali della Flotta vi montarono sopra e Hunson ordinò al computer di dare energia.
Il raggio teletrasporto avvolse gli ufficiali di plancia e li materializzò nell’hangar navette.
Subito un guardiamarina attivò il comando del portello di una navetta lì vicino e quest’ultimo cominciò ad aprirsi mentre scintille esplodevano da ogni parte delle paratie.
Senza aspettare che il portello fosse pienamente aperto, gli ufficiali entrarono nella navetta di corsa. Bhokol venne adagiato per terra mentre Hunson e un giovane tenente comandante di origine Xindi si misero ai comandi.
“Apra le porte dell’hangar con il comando a distanza!” ordinò il capitano.
Lo Xindi annuì con la testa e digitò alcuni comandi sulla sua consolle. Ma nessuno dei codici sembrava venire accettato dal computer della stazione.
“Temo che il computer principale sia fuori uso!” disse il tenente comandante.
“Allora dovremmo aprirci la strada con la forza!” osservò Hunson che richiamò i comandi dei phaser.
Fece per aprire il fuoco, quando un gruppo di sei ufficiali cominciò a bussare all’oblò principale. Hunson per un attimo li osservò come inebetito, poi ordinò allo Xindi di agganciarli con il teletrasporto e di materializzarli all’interno della navetta.
Poco dopo che il raggio del teletrasporto si dissolse, Hunson aprì il fuoco con i phaser.
La navetta si mosse e volò oltre il portellone dell’hangar tra i molti detriti dello scafo esterno della stazione.
Erano a meno di cinque chilometri dall’avamposto, quando i Pak attivarono il loro fascio tetrionico.
Ci su uno scossone, una luce abbagliante e un’enorme esplosione: la base stellare venne distrutta completamente.
L’onda d’urto investì la navetta che venne scagliata a diversi chilometri dalla stazione. Gli ammortizzatori inerziali non riuscirono a contrastare l’enorme spinta e molte persone caddero a terra sbattendo la testa o rompendosi un braccio.
Dopo un breve lasso di tempo in cui stava recuperando le forse e la lucidità, Hunson richiamò il controllo dei sistemi e si accorse con gioia che l’energia principale, il supporto vitale e la propulsione a curvatura erano ancora attivi.
Digitò una rotta a caso e attivò la massima curvatura, sperando che i Pak non l’inseguissero.

*T’Senel: Scienziata vulcaniana che per prima ha formulato la teoria dei campi temporali