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CAPITOLO V

Su Deep Space Nine la notizia di due Jem’Hadar e di un Vorta ricoverati nell’infermeria della stazione si espanse a macchia d’olio. Al bar di Quark v’era chi stava cominciando a ipotizzare le cose peggiori.
“E’ il preludio di una nuova invasione!” dicevano alcuni.
“Il Vorta ha tradito il Dominio!” dicevano altri.
E altri ancora: “Presto la Federazione sarà costretta a entrare in guerra e chi sa se stavolta ne uscirà vittoriosa?”
Ma tutte quelle chiacchiere mettevano Quark in agitazione. Lui sapeva cosa significava stare sotto il controllo del Dominio e, benché lo trovava di gran lunga migliore dell’occupazione cardassiana, non voleva assolutamente ritrovarsi con Jem’Hadar che passeggiavano per la stazione e Vorta infidi che parlavano solo di pace e reciproco aiuto, ma che invece imponevano le loro idee sugli altri e giustiziavano coloro che erano contrari alle ideologie del Dominio.
Mentre era assorto nei suoi pensieri, ecco che Rom e Leeta entrarono nel bar e s’avvicinarono al bancone.
Quark li osservò con sguardo spento e solo quando realizzò che aveva di fronte suo fratello e sua cognata li salutò con un cenno della mano.
“Allora?” fece il proprietario del bar. “Cosa vi porto?”
“Niente!” rispose tosto Rom.
“Hai sentito di Weyoun e dei Jem’Hadar che sono stati salvati dall’esplosione della loro nave?” chiese Leeta con la voce ridotta quasi a un sussurro; era come se avesse paura che orecchie indiscrete la potessero udire.
Quark si rabbuiò in viso. “L’ho sentito!” alla fine disse. “E’ da quando quel maledetto caccia s’è avvicinato alla stazione che sto sentendo di Jem’Hadar, di Dominio, di una nuova guerra!”
“Una nuova guerra sicuramente non ci sarà di certo!” interloquì Rom.
“Come puoi esserne certo?” chiese Quark con fare spazientito; riteneva spesso che suo fratello parlasse senza riflettere e quelle parole, secondo lui, erano l’ennesimo pensiero stupido partorito dalla mente di Rom.
Allora Rom guardò prima Leeta e poi suo fratello, si avvicinò ancor di più al bancone e, dardeggiando lo sguardo intorno a sé, come a vedere se ci fossero orecchie indiscrete ad udirlo, si mise una mano al lato destro della bocca e cominciò a sussurrare: “Ho parlato col guardiamarina Narayan. Era in sala comando quando il caccia Jem’Hadar è uscito dal tunnel spaziale. Ha detto che Weyoun ha richiesto soccorso.”
“E quindi?” fece Leeta.
Rom la osservò per qualche secondo, poi rispose: “Come mai un leale servo del Dominio ha chiesto aiuto alla Federazione?”
“Non sarebbe la prima volta!” replicò Quark. “Ti ricordi quel clone di Weyoun un po’ difettoso che disse ad Odo che nel Grande Legame s’era sparsa quella malattia e chiese anche asilo alla Federazione?”
“E il Dominio ha tentato di farlo fuori per giunta, quel Weyoun s’è sacrificato per salvare la vita ad Odo.” intervenne Leeta.
Rom per un attimo non sapeva cosa dire. Poi, all’improvviso, disse: “E i Jem’Hadar? Sappiamo quanto siano leali ai Fondatori. Se questo clone di Weyoun è difettoso perché non l’hanno fatto fuori?”
A quel punto Quark non seppe più cosa dire.
Nel frattempo Fisher, seduto sulla poltrona del comandante Sisko, stava discutendo con l’ammiraglio Ross di ciò che stava succedendo.
“La dottoressa Strandberg sta facendo di tutto per salvare la vita al Vorta.” disse Fisher. “I due Jem’Hadar non ce l’hanno fatta. Il loro dispensatore di Ketracel Bianco era stato distrutto, probabilmente durante un’esplosione e la fiala contenente l’enzima era rotta!”
“Chi sa cosa sarà mai successo su quella nave!” fece Ross con tono calmo, anche se in realtà era profondamente agitato.
“Non lo so!” rispose Fisher. “Spero che Strandberg riesca a stabilizzare Weyoun, così potrò chiedergli cosa gli è capitato.”
Ross annuì con la testa. “Ho il sospetto che non ci piacerà. Comunque tenga aggiornato comandante, Ross chiudo!”
Non appena il monitor del terminale si spense, Fisher si appoggiò contro lo schienale della poltrona e la ruotò di centoottanta gradi. Osservò le stelle ardere fulgide nello spazio e non poté fare a meno di pensare che la situazione di lì a poco sarebbe precipitata.
Quel silenzio, che s’era venuto a creare nell’ufficio del capitano, fu interrotto dalla voce squillante della dottoressa Anja Strandberg. “Strandberg a comandante Fisher.”
“Qui Fisher!”
“Il Vorta s’è ristabilito, ma gli ufficiali della sicurezza chiedono che venga trasferito in sala riunioni. Io lo sconsiglio grandemente; è ancora molto debole e non vorrei che le sue condizioni possano peggiorare e che muoia!”
Fisher indugiò un attimo prima di rispondere: “Non voglio che il Vorta entri a contatto con altre persone. Se qualcuno entra in infermeria e mentre stiamo parlando origlia le nostre conversazioni, può causare il panico sull’intera stazione. Venga anche lei con un kit medico in sala riunioni.”
La dottoressa non rispose subito, ma dopo un paio di secondi, forse anche di più, disse: “Signore, non credo sia saggio…”
“Dottoressa!” esclamò tostò Fisher. “Lasci che gli ufficiali della sicurezza scortino il Vorta in sala riunioni!” Strandberg a malincuore, dopo un po’ disse: “Agli ordini, signore!”
Fisher sapeva che quelle parole nascondevano un forte disappunto, ma non se ne curò più di tanto. S’alzò dalla sedia e uscì dall’ufficio e subito si rivolse a Shakir che era seduto alla postazione tattica. “Io sarò in sala riunioni, le affido il comando, colonnello!”
“Si, signore!” fu la risposta secca del Bajoriano.
Quindi Fisher si diresse verso il turbascensore, entrò dentro e ordinò al computer di condurlo al livello quattro sezione undici: la sala riunioni.

All’esterno della sala v’erano due guardie della milizia bajoriana, mentre all’interno due ufficiali della Flotta Stellare.
Weyoun, non volendo dare l’impressione di essere debole dinnanzi agli ufficiali della Federazione, stette in piedi vicino ad una finestra e guardò le stelle fuori; la sua mente andò alla sua flotta, decimata da quella sola nave.
La dottoressa Strandberg, un’umana alta circa un metro e ottanta, con lungi capelli biondi e occhi azzurri, stava monitorando con un tricorder le condizioni del Vorta. Era molto preoccupata per le condizioni del suo paziente, perché la pressione era terribilmente bassa per un’esponente della sua razza e si chiese come potesse resistere in piedi.
Poco dopo ecco che la porta della sala riunioni si aprì, Weyoun si voltò e osservò il comandante Fisher entrare con passo calmo nell’ambiente.
“Sono il comandante Thomas Fisher, attualmente al comando di questa stazione!” si presentò l’ufficiale con fare calmo.
“Dov’è il capitano Sisko?” chiese Weyoun mettendo le meni dietro la schiena.
“Non è sulla stazione attualmente!” replicò Fisher.
Il viso del Vorta si rabbuiò per un secondo. Fece una leggera smorfia con le labbra e dardeggiò lo sguardo da dagli ufficiali della sicurezza, alla dottoressa al comandante. Quindi s’avvicinò a Fisher e disse: “Forse è il caso di sederci. Ciò che ho da dire è molto lungo!”
Quindi Fisher si accomodò al tavolo, imitato nell’ordine da Weyoun e da Strandberg.
Il Vorta, mettendo i gomiti sul tavolo e poggiando una mano sull’altra, cominciò a raccontare della nave Pak e di come essa riuscì a decimare la sua flotta.
Fisher era incredulo sulle storia appena udita. “Una singola nave ha distrutto un’intera flotta?” chiese infine.
“Può anche non credermi, ma ciò che dico è la verità.” fece il Vorta. “Quella nave ha scudi potentissimi e ha distrutto tutta la nostra flotta.” e nei suoi occhi fiammeggiò per un attimo l’ira. Poi, tornando calmo, aggiunse: “E’ possibile che ha individuato la mia scia di curvatura e forse sta venendo a cercami.”
Quelle parole fecero piombare Fisher nel terrore e in quel momento realizzò. “La sua flotta, era una flotta di invasione del Quadrante Alpha?”
Weyoun non rispose, ma si limitò a sorridere.
“Così, vedendo che non poteva completare la sua missione, lei ha fatto in modo che la seguissero, che arrivassero al Quadrante Alpha e che attaccassero anche noi!” interloquì la dottoressa.
“Vedo che lei è molto perspicace!” fece Weyoun con un sorriso sulle labbra.
Fisher sentì montare la rabbia nel suo cuore, per un attimo ebbe l’impulso di spaccare le ossa al Vorta. Poi, quando la sua razionalità prese il sopravvento sull’ira, si rivolse alle due guardie e disse: “Scortatelo in cella!” subito gli ufficiali s’avvicinarono a Weyoun, lo presero e lo portarono accompagnarono fuori dalla sala.
“Se Weyoun ha ragione,” disse Strandberg una volta rimasta sola con Fisher, “quante probabilità avremmo di riuscire a vincere contro questa nave aliena?”
Fisher scosse la testa, poi tastò il suo comunicatore e disse: “Fisher a OPS!”
Subito dopo la voce di Shakir rispose: “Qui OPS!”
“Colonnello, attui le procedure di evacuazione della stazione! Informi Bajor che avremmo bisogno di trasporti; che vengano il più presto possibile!”
“Signore?” fece Shakir non riuscendo a comprendere la motivazione di quell’ordine; improvvisamente in sala comando scese il silenzio e la paura cominciò a ghermire i cuori di tutti gli ufficiali della Flotta e della milizia.
“Forse abbiamo un grosse problema!” fu la risposta di Fisher.